Di Raimondo Rodia

Oggi vi propongo brevemente la storia millenaria dell’olio salentino, che ad un certo punto della sua storia divenne un olio usato per altri usi che non fossero quelli alimentari, oggi parleremo dell’olio lampante. Gallipoli fin dall’inizio del XVI secolo, risultava la maggiore piazza europea in materia di produzione e commercializzazione dell’olio di oliva per cui l’amministrazione dell’epoca tassava l’immissione dell’olio proveniente dall’intera provincia che serviva nella stragrande maggioranza, non per usi alimentari, ma in particolare si produceva un tipo di olio grasso e che non produceva fumo, un tipo di olio che serviva ad illuminare le grandi città d’Europa cosicchè Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Stoccolma, Oslo, Amsterdam, Istambul presto  usarono l’olio salentino per illuminare le loro strade, questo fino alla fine del XIX secolo, quando, l’arrivo dell’elettricità mando in crisi l’esportazione del cosidetto olio lampante.

Frantoio salentino

La produzione di quest’olio avveniva sottoterra, dove vi erano le condizioni ottimali di calore ed umidità per produrre un olio da esportare, nella stessa Gallipoli vi erano circa 35 frantoi ipogei che lavoravano a ciclo continuo da fine settembre fino a fine aprile due di essi sono stati recuperati e resi fruibili alla visita del pubblico sono quello di Palazzo Briganti in via Angeli e quello di palazzo Acugna-Granafei in via A. De Pace. Della lavorazione niente andava buttato ed anche il sottoprodotto della macinazione e torchiatura delle olive veniva usato per creare un sapone diventato famoso poi, come “sapone di Marsiglia” oppure in alcuni casi veniva impiegato nei lanifici. Vi erano molte saponiere in città, tanto che ancora oggi esiste via Saponere, proprio accanto alla chiesa di S.Francesco. La grande importanza del porto per il commercio dell’olio fece accorrere in città vari commercianti, ma anche le rappresentanze di diversi governi europei.

Il porto di Taranto e il boom dell'olio

Era tanto considerevole il commercio di questo prodotto che papa Gregorio XIII nel 1581 e papa Sisto V nel 1590 accordarono l’assoluzione collettiva a tutti coloro che, impegnati nelle operazioni di caricamento, non avessero santificato la domenica. Per tutto il XVII secolo nel porto di Gallipoli da documenti dell’epoca si ricava la presenza di innumerevoli navi fino a punte di 70 di esse in un solo giorno e spesso solo per l’export di questo preziosissimo olio.

Nel secolo successivo la presenza divenne massiccia tanto che Gallipoli ebbe, seconda nel regno dopo Napoli, il Consolato del Mare, il 29 Gennaio 1741, esattamente un mese dopo Napoli, che era anche la capitale del regno. Il celebre pittore Filippo Hackert su incarico del re dipinse una tela raffigurante il porto di Gallipoli, questa tela, destinata alla reggia di Caserta insieme alle altre meraviglie del Regno si trova oggi nel museo di S.Martino a Napoli. In Gallipoli ebbero sede, fino al 1923 i vice consolati di molte nazioni europee : Austria, Danimarca, Francia, Inghilterra, Impero Ottomano (Turchia), Olanda, Portogallo, Prussia, Russia, Spagna, Svezia e Norvegia. La nomina a vice consoli avveniva per rilascio di patenti da parte del ministero degli esteri della nazione interessata convalidate dal ministero degli affari esteri Italiano.

Tra le tanti patenti una si conserva ancora in Gallipoli, quella di vice console di Svezia e Norvegia data al commerciante gallipolino Vincenzo Palmentola, il suo palazzo fungeva da vice consolato di Svezia e Norvegia e si trova nel cuore del borgo antico della città a due passi dalla Cattedrale di S.Agata. Ma l’incredibile lavoro degli operai all’interno dei frantoi ipogei creo presto miti e leggende. Uno di questi era lo Scjakùddhi, oppure secondo i luoghi carcalùru, lauru, monacizzu, scazzamurièddhu, uru.

Storia dell'olio in Salento

Altro non è il daimon dei greci, oppure l’incubo dei latini, che durante la notte si sedeva premendo sullo sterno, impedendo la respirazione e provocando brutti sogni. Poteva essere ora tormentatore degli uomini, ora benefico. Lu scjakùddhi era descritto come un essere molto basso, ancora più piccolo di un nano, con un cappello rosso a sonagli in testa e ben vestito.

Frantoio salentino

Era un folletto tra il bizzarro e l’impertinente, cattivo con chi l’ostacolava o svelava le sue furberie, benefico con chi gli usava tolleranza. Bazzicava volentieri le stalle dove spesso si innamorava della cavalla o dell’asina che meglio gli garbava, l’assisteva e l’accarezzava, nutrendola della biada sottratta alle compagne o alle stalle vicine e intrecciava code e criniere, quando i cavalli non gli permettevano di mangiare la biada con loro. Lu scjakùddihi era il dio tutelare dei frantoi di olio, specie di quelli ipogei sua stabile dimora. In passato, quando nelle fredde serate autunno-vernine si vedevano esalare fumi dai fori sovrastanti il frantoio si pensava allo scazzamurièddhu che veniva considerato come il benefattore dei poveri e il folletto del focolare domestico. Spesso, si immaginava che fosse l’anima di un morto, che non aveva ricevuto i sacramenti.

Olio d'oliva

Il lavoro si svolgeva in un ambiente malsano, con una temperatura costante di circa 19°C ed un umidità massima, in questo ambiente, operai guidati dal nachiro e bestie svolgevano il loro lavoro, gli uomini con turni di 6 ore, muli, cavalli ed asini bendati per non impazzire, avevano turni di 2 ore, tutto questo a ciclo continuo per 6-7 mesi all’anno. Nel prossimo articolo parleremo dell’olio prodotto oggi.

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Xylella

L’ulivo in Puglia è padre e madre. L’ulivo è paesaggio. Certo, anche olio e affari, ma soprattutto è storia e identità. E non a caso un ulivo compare anche nel simbolo della Regione. Nodosi e aspri, bellissimi e austeri. Ora stanno morendo. Anche i «patriarchi», gli ulivi millenari, sono minacciati di morte. Per colpa della Xylella Fastidiosa, il batterio killer che dal 2013 si è insinuato nel Salento decretando la fine di centinaia di alberi. Il batterio non si è fermato. Adesso è a forte rischio contagio anche “la Piana degli ulivi”, inimitabile e invidiabile attrazione naturalistica e turistica concentrata soprattutto (ma non solo) tra la città bianca di Ostuni, Fasano, Monopoli e Carovigno. I patriarchi di Puglia, piante che in alcuni casi hanno 3 mila anni e risalgono all’epoca degli antichi Messapi. Hanno fatto innamorare vip internazionali che hanno poi scelto la Puglia come loro seconda dimora, da Helen Mirren a Francis Ford Coppola fino a Gerard Depardieu. I patriarchi che il vento e le intemperie hanno trasformato, annodato, piegato, ma mai spezzato, ora potrebbero soccombere a causa del Xylella.

A Bruxelles, dove il caso è seguito sin dall’inizio, è tornata alta l’allerta sugli ulivi infetti in Puglia e in Corsica. In Spagna, invece, sono i mandorli a essere uccisi: il batterio è sempre lo stesso, quello che succhia la linfa e impedisce all’acqua e ai nutrienti di arrivare alla chioma. In Puglia sono tre le zone colpite. Nell’area infetta, in provincia di Lecce, c’è stata già un’ecatombe. Poi ci sono le due zone di contenimento e cuscinetto, in tutto 17 mila ettari, nelle campagne di Taranto e Brindisi. Nel monitoraggio 2016-2017 gli ulivi infetti erano poco meno di 900. L’ultimo aggiornamento dei dati, inviato dalla Regione al ministero delle Politiche Agricole, fa salire l’allarme: da luglio 2017 al 6 aprile 2018 sono state analizzate 188.610 piante e 3..277 sono risultate positive alla Xylella. «La Regione sta mettendo in campo tutti gli strumenti possibili per contenere l’avanzata – dice l’assessore regionale all’Agricoltura, Leonardo Di Gioia – Dopo il via libera da parte di Bruxelles, si delibererà sui reimpianti di piante resistenti al batterio nella zona infetta». «La linea a Nord è stata innalzata più volte: ora è alle porte di Bari, la Regione si sta muovendo ma questo è diventato un problema sovrannazionale», precisa Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia.

Il batterio, dunque, avanza inesorabile, da Lecce verso Bari. Dal Sud al Nord della Puglia, senza sosta, nascono nuovi focolai. «Nel Salento già registriamo un calo di produzione di olio del 40 per cento, 800 aziende sono in stato di calamità – racconta l’agronomo Giovanni Melcarne, presidente del Consorzio Dop “Terra d’Otranto” -. Alcuni frantoi hanno già chiuso e chi ha dovuto abbattere gli ulivi non riesce neanche a vendere il legname: è abbondante e il mercato è rapidamente crollato».

Non tutti hanno voglia (e soprattutto la forza) di metterci la faccia: le responsabilità non sono solo del batterio killer, ma anche dell’incuria e di tanti proprietari terrieri poco inclini alle cure. Marilù Mastrogiovanni, giornalista (sotto tutela delle forze dell’ordine per le sue inchieste sulla Sacra Corona Unita) e direttore del sito iltaccoditalia.info ha pubblicato “Xylellla Report” un libro-inchiesta stampato grazie alla fiducia dei sui lettori, che hanno acquistato di migliaia di copie con il crowfunding. «Si continua con la strategia del 2013 – spiega Mastrogiovanni – decisa a tavolino dalla Regione: la distruzione del batterio con lo sradicamento. Non sono mai state provate altre strade. L’inchiesta giudiziaria ha dimostrato che alberi verdi e apparentemente sani hanno il batterio e alberi secchi no. Perché non è mai stato verificato se ad uccidere gli ulivi in Puglia – dove si potrà costruire dopo sette anni dall’abbattimento – ci siano anche altre cause». Gli ulivi millenari, pazienti, attendono la salvezza. Bisogna fare in fretta.

Santa Caterina d’ Alessandria e Piero Angela

Ubicazione e Storia

Fatta realizzare da Raimondello Orsini del Balzo ed iniziata nel 1383(1), poteva dirsi già compiuta nel 1391(2). Quest’ultima data è incisa sull’architrave della porta laterale della chiesa, posta alla sinistra dell’osservatore.

E furono costruiti anche il monastero Orsiniano, che non è più quello che noi vediamo oggi ricostruito a ridosso della chiesa, e l’ antico Ospedale, con diritto di patronato, attualmente denominato Palazzo Orsini e adibito a sede del Municipio.

Stile
Lo stile della Basilica orsiniana, una delle chiese più caratteristiche dell’Italia meridionale, sia per la sua architettura e sia per i suoi affreschi, è costituito da una rara commistione di diversi elementi dello stile Romanico e del Gotico, i quali, senza mai alterarsi in una completa fusione, sono sempre strettamente collegati e connessi insieme: è il romanico pugliese, che trae la sua origine dal Romanico, con un qualche influsso bizantino, senza mai dimenticare la contemporanea presenza del Gotico, con influssi e ascendenze normanni. (3)

Facciata
La facciata, dalla linea di un purissimo romanico, è tricuspide con tre portali splendidamente ornati da intagli in pietra leccese, in doppia fascia su quelli laterali e su tripla fascia su quello centrale. La cuspide centrale sovrasta di molto quelle laterali. Al fastigio, sotto il cornicione, essa è ornata con archetti rampanti ciechi a tutto sesto trilobati. Lo stesso motivo decorativo adorna anche le cuspidi minori e ricorre sulle pareti superiori della navata maggiore e sulla parete della navata minore di destra. Su quella di sinistra esso è scomparso a motivo della nuova costruzione seicentesca del convento addossato alla chiesa. Il portale principale ha un pròtiro, ridotto ora a due colonne che poggiano su due leoni stilofori e sorreggono due aquile. In origine il pròtiro si componeva di quattro colonne e il sagrato, con un declivio da uno a cinque gradini davanti alla chiesa, era delimitato da quattro esili tronconi di colonne marmoree che, avanzi del primitivo convento, erano state poste a uguale distanza tra loro a due metri dalla facciata (come si può vedere nell’opera di P.Cavoti). Sull’architrave del portone centrale, il bassorilievo di Gesù assiso tra i dodici Apostoli richiama la decorazione dei sarcofagi romani del IV secolo.

La facciata centrale è divisa orizzontalmente in due sezioni poste su piani differenti: la superiore rientrante e la inferiore sporgente. La sezione superiore, ornata con archetti rampanti, ha tre acroteri: una croce al centro, San Francesco d’Assisi, a destra, e San Paolo Apostolo, a sinistra. Al centro il magnifico rosone che illumina l’interno. Anche questo è contornato da due fasce riccamente intagliate e sormontato da un mezzo architrave aggettante di pietra finemente intagliata. Dodici esili colonnine, a guisa di raggiera, partendo dall’esterno si fermano intorno ad un cerchio più piccolo che racchiude l’arma dei Del Balzo, a vetri colorati legati in piombo. Le cuspidi minori, un po’ rientranti, sono ornate come la maggiore, con archetti rampanti, ed hanno due grandi occhi ciascuna: i maggiori, verso l’esterno, ed i minori, dalla parte interna, collocati in asse con i portali laterali.

Seguendo l’esame esterno dell’edifico, dopo le tante caratteristiche che ci riportano al romanico, ecco alla fine la ‘testa’ della grande nave, una grande edicola di forma ottagonale che ne costituisce l’abside, in uno stile dalla purissima linea del gotico-pugliese. Quest’ultima campata, o coro, viene aggiunta al restante corpo della Basilica da Giovanni Antonio Orsini del Balzo, intorno al 1460. Questa parte che doveva servire al grande edificio “quasi di lanterna per renderlo luminoso” si differenzia molto anche architettonicamente dal restante corpo di fabbrica. E’ costruita su una base di forma ottagonale, con sette grandi finestre a strombo interno ed esterno, cinque delle quali sono aperte e due murate. Fasci di colonne polìstili, polianulari suddividono il perimetro interno in otto lati. Le grandi luci delle finestre (m. 7 di altezza) si aprono sui muri perimetrali, divisi dalle colonne, e poggiano su mensole con fregi a piccoli archi. Lo stesso motivo ornamentale degli archetti trilobati è ripetuto al vertice. La cupola esterna è nascosta da una balaustra traforata cuspidale, conservata in parte; e la sua copertura è a scalea. Sempre all’esterno le grandi finestre sono sormontate dalle armi delle famiglie: del Balzo, Orsini, d’Enghien, Colonna e Clermont, inquartate.

Interno
L’interno della Basilica, di grandi proporzioni e “maestoso” come ha detto il De Giorgi, è a cinque navate,terminanti tutte con un’abside, con le due intermedie adibite ad ambulacri. La navata centrale, lunga 50 metri, dalla porta al coro, si slancia verso l’alto, essendo molto più larga e sovrastando di molto le navate laterali minori. Da questa, centrale, si accede ai deambulacri e da essi alle navate laterali per mezzo di tre grandi archi a sesto acuto, ribassato. Fasci di sette colonne polìstili dividono la nave centrale in tre campate, mentre il presbiterio e il coro absidale fanno parte a sé. Il vivo dei quattro angoli di ogni campata è smussato da fasci di tre colonne ciascuno. La colonna più sporgente del fascio di sette, di diametro maggiore delle altre, regge l’arco divisionale che poggia su dei capitelli molto belli; le seconde, prive di capitelli, sorreggono dei costoloni ornamentali; le altre due che seguono, sormontate da capitelli, reggono i costoloni che, innervandosi nella volta e congiungendosi nella chiave, ne producono la suddivisione a vele; le ultime due, aderenti alle pareti, reggono altri costoloni che seguono la linea esterna della parete. La quarta campata, corrispondente all’attuale presbiterio, costituiva l’abside della chiesa costruita da Raimondello ed era sopraelevata rispetto al restante piano della chiesa. Quattro colonne anulari, sormontate da capitelli, sorreggono i costoloni delle vele, mancando quelli ornamentali. Tutte queste superfici sono ricoperte dai cicli pittorici dei tantissimi affreschi.

Gli Affreschi
L’interno è tutto una pinacoteca. Pareti, pilastri, archivolti e volte: affreschi dappertutto, i cui lavori, opera della committenza di Maria d’Enghien, proseguirono per tutta la prima metà del ’400. Per essi si veda in specifico, oltre a tutti gli altri che pure ne hanno trattato, il volume di mons. Antonaci, Gli Affreschi di Galatina, Milano, Maestri, 1966. Qui essi sono suddivisi nei seguenti cicli pittorici, prendendo come guida la loro collocazione, topica, partendo dall’ingresso centrale e procedendo verso l’abside: ciclo dell’Apocalisse, sulle pareti e sulla volta della prima campata; ciclo della Genesi, sulle pareti della seconda campata; ciclo ecclesiologico, sulla volta della seconda campata; ciclo cristologico, sulle pareti della terza campata; ciclo angelologico, sulla volta della terza campata; ciclo agiografico, soprattutto sulle pareti e sulla volta del presbiterio, ma anche altrove, sparso un po’ in tutta la chiesa; ciclo mariologico, soprattutto sulla volta e sulle pareti della navata minore destra ed anche, un po’, in tutta la chiesa. A questi cicli di affreschi, occorre aggiungere la rappresentazione delle Virtù (le quattro cardinali, le tre telogali più la Pazienza), tutte nelle vele della prima campata. E poi, inoltre, gli affreschi del coro e dell’abside, quelli dell’ambulacro destro e quelli della piccola abside sulla parete esterna della navata minore destra; e, infine, quelli dell’ambulacro sinistro e quelli della navata minore sinistra. In tutti questi affreschi si sente quasi un’eco della lezione francescana del Poverello d’Assisi: la storia dell’uomo intesa come storia dell’Amore di Dio.
Per la vastità dei cicli pittorici di tali affreschi, la Basilica di Galatina è seconda solo alla Basilica di San Francesco d’Assisi.

Arredi Sacri
Il Tabernacolo
La chiesa è ricca anche di arredi sacri, in legno, tra i quali è da ammirare il Tabernacolo, di fra’ Giuseppe da Soleto, il più grande e più mirabile della provincia riformata di S. Nicolò. Nessun dubbio sulla sua autenticità, soprattutto nella considerazione che sia nelle grandi linee e sia in molti particolari esso è molto simile ad un altro tabernacolo, che lo stesso Frate eseguì nel 1667, per il tempio di S. Croce di Palazzo, a Napoli, e che oggi si trova nella chiesa francescana di S. Giovanni del Palco in Lauro, a Taurano, in provincia di Avellino. L’esemplare di Taurano, come ancora di più il nostro di Santa Caterina, mostra evidenti accordi di intaglio e di pittura (eseguiti, in perfetta intesa di intenti e di comunità di vita, da fra’ Giuseppe da Soleto e da fra’ Giacomo da S. Vito), con la replica di alcuni soggetti pittorici: Gesù benedicente, con il globo in mano, sul prospetto principale, e San Francesco d’Assisi e Sant’ Antonio di Padova, nei riquadri laterali. La collaborazione tra i due artisti, anche per quanto concerne questo tipo di opere, a Galatina, è ormai in atto. E qui, fra’ Giuseppe da Soleto, preparò la sua “opera d’arte pregevolissima”, come la qualificò il De Giorgi nel 1884, per l’altare principale della chiesa di Santa Caterina, dove essa è rimasta fino agli inizi del XX secolo. Il Tabernacolo si compone di tre ordini architettonici sovrapposti, con un basamento ed una cupola. Fregi, pannelli e cornice sono tutti riccamente intagliati. Sono, inoltre, degni di nota i pannelli del primo piano con Adamo ed Eva sotto l’albero del peccato, con il serpente intorno al tronco; al secondo, l’albero, è trasformato nel segno della redenzione, la Croce, intorno alla quale si avvolge una vite lussureggiante. Dopo quasi un secolo di abbandono quest’opera monumentale è stata recuperata con un prezioso intervento di restauro e attualmente, dal 1997, si trova collocata nella parte absidale della navata sinistra della chiesa, avendo altresì recuperata la sua primeva funzione di custodia del Santissimo.

Armadio-Reliquiario
Oltre al Tabernacolo ligneo, di cui sopra, occorre fare menzione della pregevolissima opera d’intaglio costituita dall’armadio-reliquiario, in noce, che trovasi in sagrestia. Benché questo grande stipo sia anonimo e non si trovi riscontro presso altre sagrestie della Serafica Riforma della Puglia, la disposizione delle masse, i motivi ornamentali, la fuga delle sequenze floreali sulla trabeazione, la delicatezza dell’esecuzione dello scomparto superiore, le pseudopirografie dell’interno, replicate sul Tabernacolo, indicano quasi certamente le stesse presenze e la stessa manifattura dell’altra opera d’arte. E qui si volle combinare la funzionalità di un mobile, costruito per custodire le sacre vesti, con quella di più grandi pretese di un grande reliquiario. Anche questo armadio sembra essere di fra’ Giuseppe da Soleto, il caposcuola degli intagliatori riformati del Seicento. Ma forse, molto probabilmente, il bancone inferiore non gli appartiene. Sempre nel Seicento, i Minori Osservanti della Serafica Riforma di S. Nicolò che hanno avuto dimora a Galatina e hanno officiato in questa chiesa di S. Caterina, hanno altresì apportato delle innovazioni anche nella chiesa. Così, mancando la chiesa di un coro, questo viene costruito in legno, in noce finemente lavorato e intarsiato, e viene collocato nella terza campata della nave centrale, addossato alle pareti. Fatto, questo, che ha portato alla distruzione di diverse pitture ed anche al guasto e alla rovina di alcuni pilastri. Oggi, però, tale manufatto è andato distrutto. Ancora una innovazione viene operata dai Padri Riformati nel ’600, con la costruzione di un pesantissimo organo che viene addossato alla parete di sinistra della seconda campata, in alto; con la distruzione di altri affreschi e con la ‘foratura’ di un pilastro per la costruzione della scala di accesso. Anche quest’ organo non esiste più in loco. Vengono poi, in diverse epoche, eretti molti altari di stile in netto contrasto con il rimanente della chiesa. Nella navata di sinistra viene eretto l’altare barocco di S. Antonio; anche il cenotafio di Maria d’Enghien viene trasformato in altare, e lo stesso viene dedicato a S. Francesco. Nel 1721, infine, viene costruito ancora un secondo coro, sempre in legno, da collocarsi nella quinta campata (abside). Gli specchi lignei di questi stalli vengono dipinti da P. Matteo da Noha.

Cenotafi
Da non tralasciare gli splendidi cenotafi a Raimondello Orsini del Balzo e a Giovanni Antonio del Balzo, siti nella parte absidale della navata centrale, e quello di Maria d’Enghien, collocato invece nella chiesa.

Considerando distintamente e separatamente la sepoltura di Raimondello Orsini, e dove essa venne effettuata, esaminiamo qui questo cenotafio. Anticamente il monumento aveva una ubicazione diversa. Esso, infatti, era collocato sulla parete di fondo della precedente abside, che è poi l’attuale presbiterio, e cioé in quello che inizialmente era il posto d’onore, alle spalle dell’altare maggiore, di quella chiesa da lui medesimo voluta e costruita. Dovendosi costruire la nuova abside, e cioé l’attuale coro di forma ottagonale, questo monumento venne rimosso e collocato nel luogo dove oggi si trova, in cornu evangeli, rovinando anche alcuni affreschi quivi esistenti. Il cenotafio si presenta, ancora oggi, mutilo nella parte superiore, mandata in pezzi, quest’ultima, da un fulmine il 19 novembre 1867. Due colonne con capitelli traforati, floreali, sorreggono un sarcofago su cui è scolpita l’immagine del principe rappresentato disteso, vestito dell’abito dei frati. Due angeli sollevano una tenda per lasciar vedere la figura giacente sul letto di morte, con la testa ricoperta da un cappuccio poggiata su di un cuscino di stelle. La parte superiore del sarcofago ha una fascia con tracce di una iscrizione, con caratteri gotici, illeggibile. La parte inferiore è formata da una trabeazione scolpita a traforo con leoni alternati a soggetti floreali: al centro, due leoni sorreggono l’arma degli Orsini del Balzo. Sul sarcofago, poi, lo stesso principe è riprodotto nuovamente, in ginocchio, a mani giunte. Sempre in questa parte superiore del cenotafio completano il monumento due colonnine di forma ottagonale, delle quali è rimasta una sola, che sorreggevano un arco trionfale monocuspidale all’esterno e a tutto sesto nella parte interna. Al centro, in alto, ancora una riproduzione dell’arma Orsini Del Balzo, sostenuta da due orsi rampanti. La lastra in pietra leccese riproducente ancora una volta l’arma degli Orsini Del Balzo, che si trova tra le due colonne reggenti il sarcofago, collocata in basso, sembra essere di epoca posteriore.

Si è già detto che l’erezione della quinta campata, o abside, di forma ottagonale, è stata effettuata per volontà del principe Giovanni Antonio, intorno alla metà del XV secolo. Anche il suo cenotafio, in stile gotico, viene eretto in questa abside, dove occupa per intero la parete del lato posto sul fondo di essa. Il monumento poggia su quattro colonne ottagonali, poggiate su quattro leoni, in pose diverse e con figure tra gli artigli. Quattro capitelli floreali sostengono un architrave che a sua volta sostiene il cenotafio. Sull’architrave sono dipinti quattro stemmi e due ritratti: a sinistra quello di Raimondello, con le lettere P e R, e a destra quello di Giovanni Antonio, con le lettere: P. I. A. Al centro di essa una piccola testa di donna: forse la stessa Maria d’Enghien. Anche la figura del principe Giovanni è rappresentata vestita del saio dei frati, distesa sul sarcofago, con la testa poggiata su un cuscino ricamato. E due angeli sollevano una tenda appena aperta. Sulla cornice superiore, alla fine di un’epigrafe, l’anno 1562; con al centro un medaglione con l’effigie di Anna Colonna. Al di sopra del cenotafio è collocato un tabernacolo sostenuto da quattro colonnine polistili tortili. L’arco, a tutto sesto, è ornato all’interno da quattro fregi recanti ciascuno un mascherone. All’esterno tre acroteri: due angeli con cartiglio, sui pinnacoli laterali, e Gesù benedicente, al vertice centrale. Gli spioventi sono ornati con foglie rampanti. L’arma degli Orsini Del Balzo è sorretta da due angeli in volo.
Nella chiesa di Santa Caterina esisteva anche un terzo cenotafio, anch’esso molto bello, dedicato alla regina Maria D’Enghien. Di questo monumento rimangono quattro colonne, delle quali, due sono addossate al muro e due sostengono quel che rimane di un antico baldacchino gotico. L’arma posta al fastigio è quella della regina di Napoli. Nel 1700, i Frati, da questo monumento hanno ricavato l’attuale altare di S. Francesco.

Il tesoro della chiesa
Del Tesoro della chiesa, costituito anche dai molti oggetti d’arte per la conservazione delle Reliquie, custoditi in cassaforte, si può prendere visione solo di rado. Tra gli altri ricordiamo qui il calice e il reliquiario della mammella di S. Agata, entrambi in argento dorato, e quello del dito di S. Caterina, munifico dono di Raimondello alla chiesa di Santa Caterina. Da non dimenticare assolutamente il mosaico portatile, di arte bizantina, della fine del XII secolo, con la figura del Redentore (misure: mm. 67 x 151; con le tessere di 1 mm circa).

Santa Caterina Novella Galatina

Ubicazione e Datazione
La chiesa sorge fuori le mura, su piazzale Bianchini, angolo via Vito Vallone. Il piccolo piazzale, che oggi costeggia la chiesa dalla parte del lato sud, deriva la sua denominazione dalla presenza medesima degli Olivetani che, vestiti di bianco, venivano così indicati, con il nome di Bianchini, dai Galatinesi. Da questo piazzale parte via Bianchini che conduce ancora oggi a Soleto.

E’ appartenuta al complesso conventuale dell’ordine monastico degli Olivetani, i cui inizi risalgono al 1507.

Come si è avuto modo di dire altrove, trattando della presenza degli Olivetani a Galatina, questa chiesa dagli stessi Padri venne chiamata di Santa Caterina Novella per distinguerla da quella già esistente di Santa Caterina d’Alessandria. Oggi è sede parrocchiale sotto l’intitolazione di San Biagio. Ed è sede altresì delle confraternite laicali di San Biagio e della Sacra Famiglia.

Impianto e Prospetto
E’ di classico impianto cinquecentesco, a tre navate, con un pròtiro non più esistente. L’impianto della chiesa a tre navate è quello classico del Cinquecento, anche se tutta la costruzione della chiesa come noi oggi la vediamo è più tarda e risale agli inizi del Seicento.

Il pròtiro in questione sembra essere costituito da un vero e proprio pòrtico che si estendeva per tutta la larghezza, e andando anche al di là, del fronte della navata centrale della chiesa, come lascerebbero supporre le tracce residue del triplice arco che tuttora si notano sulla facciata, tutta in pietra leccese. Da notare che il portale della chiesa, riccamente intagliato, non è in asse con la verticale dell’arco centrale. Mentre, invece, posta al disopra del portale e perfettamente in asse con lo stesso, è la splendida finestra attaccata quasi alla fascia di coronamento della facciata. Questa poi è costruita in pietra leccese per la parte inferiore e conci di tufo per quella superiore. Entrambi, il portale e il finestrone, sono del 1619 e sono riccamente ornati e intagliati. Tutto il resto è perfettamente lineare ed è appena alleggerito dalle finestre laterali e dalla balaustra del duplice ordine della torre quadrata campanaria che viene terminata, un po’ più tardi, nel 1683.

Interno
All’interno la volta, lunettata, solcata da eleganti cordoni, è possente e maestosa. Pregevole l’arco trionfale absidale che divide la lunga navata dal presbiterio e su cui lascia la sua firma nel 1616, a perenne ricordo della sua presenza a Galatina, il maestro costruttore Pietro Antonio Pugliese di Galàtone. La volta scarica il suo peso su delle grandi mensole, riccamente scolpite, che hanno anche la funzione decorativa di ritmare lo spazio delle pareti. Anche il ritmo spaziale della copertura del presbiterio è di grande respiro ed è arricchito dalla presenza, sulla parete di fondo, di un grande finestrone simile a quello della facciata.

Oggi la struttura tufacea è a vista. Le navate laterali sono a crociera e questa copertura è la più antica, risalente alle origini del ’500. Le due navate laterali sono divise da quella centrale dai muri che attualmente delimitano lo spazio della chiesa, sui quali sono stati sistemati gli altari.

Mangiar bene a Lecce

Per tutti i più ghiotti, ma anche per i semplici appassionati del mangiar bene, Lecce non deluderà le aspettative. La città brulica di locali di ogni forma e dimensione adatti a soddisfare gli appetiti più diversi, dai più esigenti fino ai più caserecci. Se volete mangiar bene a Lecce, vi basterà scegliere la tipologia di cibo che preferite…e seguire le indicazioni che vi proponiamo qui di seguito!

Il centro di Lecce è ricchissimo di rosticcerie, locali in cui si producono senza sosta pizze, mezze pizze, “calzoni” fritti o al forno, “rustici”, e altre invenzioni basate sul magico intreccio di pasta sfoglia e farina. Il rustico è un particolare pezzo di rosticceria tutto leccese: di forma rotonda, presenta una croccante pasta sfoglia più spessa esternamente e che racchiude all’interno un buonissimo mix di mozzarella, pomodoro e besciamella. La rosticceria non prevede di solito la consumazione al tavolo, ma è fatta soprattutto per ordinare qualcosa da mangiare “al volo” mentre si passeggia o si chiacchiera nei dintorni. Tra le rosticcerie ricordia

mo quelle che a nostro avviso propongono in centro la miglior offerta in relazione al rapporto qualità/prezzo: nei pressi di Via Trinchese, si trovano il “Magna Magna” (Via Trinchese) e la rosticceria “Da Nicò” (Piazzetta de Santis Brizio), senza dimenticare la più interna “La Sirena” (Via Filzi). Nel centro storico, una delle più antiche è “La Rusticana” in Corso Vittorio Emanuele.

Se avete voglia di squisiti dolci salentini, non potete esimervi da una puntatina in pasticceria. Troverete tante buonissime specialità del posto, come i celeberrimi “pasticciotti”, fatti di pastafrolla ripiena di crema o crema cioccolato e cotti al forno, oppure i “mustazzoli” fatti con una pasta di farina, zucchero, mandorle, cannella e ricoperti di cioccolato. Tra le pasticcerie ricordiamo la “Pasticceria Natale” a pochi passi da Piazza Sant’Oronzo, la “Pasticceria Franchini” in Via San Lazzaro 36 e la “Pasticceria Capilungo” in Via Bari 7.

 

Gli amanti dei piatti a base di carne apprezzeranno le specialità offerte dalle “bracerie” leccesi, vale a dire dei ristorantini rustici dove vengono offerte solo pietanze a base di carne freschissima, che potrete scegliere e vedere materialmente recandovi direttamente al banco: fatta la scelta, i pezzi scelti saranno prelevati sotto i vostri occhi e messi a cuocere in spaziosi forni a legna. Si contraddistinguono inoltre per l’ottimo rapporto qualità-prezzo. Sarete sazi senza riserve con una spesa attorno ai 10-15 euro a persona. Tra le bracerie, ricordiamo: “Barbecue” in Via Taranto 24, “La Braceria” in Via Cavour 7, “L’Arrosteria” in Via Corsica 31.

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Tantissimi i ristoranti in centro e non. Per piatti tradizionali oppure a base di pesce, suggeriamo: Il Gambero Rosso in Via Brancaccio 18, Corte Ludovico in Via D’Annunzio 4, Le Tagghiate in Via dei Ferrari 1, e in centro lo storico “La Torre di Merlino” in Via Giambattista del Tufo, “I Merli” in Via Federico D’Aragona 24 e “Boccon Divino” in Via Libertini 17. Per chi preferisce la cucina asiatica, c’è il Fusion in Viale Ugo Foscolo 9 e il Fugu in Via Cesare Battisti 1.

Per Esigenze particolari segnaliamo anche un ottimo Ristorante per Celiaci vicino a Lecce, dove insieme ad un’ottima pizza Gluten Free, si può sorseggiare anche una Birra senza glutine.
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Nel Centro Storico non mancano numerosi “Take away” in cui poter gustare, ad esempio, kebab e “rotoli”. Il Mc Donald’s è in Piazza Sant’Oronzo, ma se siete a Lecce è preferibile veramente orientarsi verso tutto quanto indicato prima. Per chi preferisce il classico panino dai camioncini dei fast food, i più conosciuti sono attorno all’area del centro storico: uno all’altezza dell’Obelisco, uno accanto all’ex Conservatorio Tito Schipa, uno su Viale Gallipoli. Per gustare i rinomati panini locali, le “pucce”, suggeriamo la pucceria in Piazza Mazzini e un’altra in Viale Leopardi 36, oltre che “L’angolino” di Via Matteotti.

Infine, per chiudere in dolcezza la serata, citiamo:

–          Tre creperie tutte in centro: “Dolce Lecce” in Via Matteotti, “Mille e una crepes” in Via dei Mocenigo, “Le Creperie” in Via Trinchese 51 (ma verso l’esterno di Piazza Mazzini);

–          Due “cornetterie” notturne: La “Cornetteria di Notte” in Viale Alfieri 12 (più conosciuta come “Cornetteria da Raffaele”) e “Le delizie del Forno” in Via dell’Abate 41 (più conosciuta come “Forno Quarta”), entrambe aperte fino all’alba.

Gallipoli

Il nome della città di Gallipoli deriva da Kale polis, un nome imposto dai colonizzatori ellenici provenienti dalla Grecia, il cui significato è città bella.

Durante il 265 Avanti Cristo, Gallipoli fu conquistata dai Romani, che in quel tempo erano una delle maggiori potenze in Italia. Questi migliorarono i sistemi di comunicazione della città, collegando Gallipoli alla Via Traiana, questo consentiva un rapido passaggio verso i Balcani, ed inoltre, ampliarono e svilupparono le attività portuali, trasformando così la città di Gallipoli in un centro militare, e in seguito in municipio.

Successivamente, venne occupata dai Barbari, nel 450 che saccheggiarono la città, e segnarono uno dei momenti più terribili e crudeli nella storia di Gallipoli. Durante il 500, Gallipoli, insieme alla maggior parte del Salento, furono dominati per 42 anni dai Bizantini.

Più tardi, nel 542 Dopo Cristo, Gallipoli, venne ricostruita da cima a fondo, dall’ Impero Romano di Onesti, che la potenziò di apparati difensivi, come la costruzione del castello in difesa del centro storico di Gallipoli. Gallipoli, divenne uno dei centri navali e militari più importanti dello Ionio. In questo periodo inoltre, Gallipoli, imparò come in tutto il Salento, la religione Greco- Ortodossa, le tradizioni e la lingua dei Bizantini. Nel 710, Gallipoli fu visitata da Papa Costantino, che passò di lì, durante il viaggio che stava compiendo da Roma a Costantinopoli.

Durante il XI secolo, Gallipoli e il Salento, vennero occupati dai Normanni che liberarono la città dai Greci, e successivamente, dopo un periodo di tranquillità, la città, subisce un ferocissimo assedio dal re Carlo I D’ Angiò , che durò fino al 1268. Successivamente, trovò la forza di espandersi, grazie al continuo aumento delle attività portuali.

Dopo varie dominazioni di breve periodo, Gallipoli passò sotto il dominio Spagnolo. Durante questo periodo, ebbe un’ incremento di attività artigiane, i traffici mercantili diventavano sempre più importanti, come il commercio dell’ olio per le lampade, insomma la città diventò sempre più ricca e importante.

Successivamente, Gallipoli entrò a far parte del Regno di Napoli, e Ferdinando I di Borbone, iniziò una serie di migliorie per la città, la più importante è quelle della costruzione del porto.

Durante il successivo periodo Borbonico, divenne capoluogo di distretto, e in seguito con l’ Unità d’ Italia, si trasformò in capoluogo di circondario, assieme alle città di Lecce e Taranto.

Gallipoli oggi, si è trasformata in una delle città turistiche più importanti del Salento e sicuramente anche d’ Italia, ha imparato e si sta perfezionando, dando sempre più importanza al turismo, senza tralasciare la storia e le tradizioni del popolo gallipolino.Galliop

La cattedrale di Otranto

La Cattedrale, dedicata a Santa Maria Annunziata, fu elevata nel XII secolo sui precedenti insediamenti di epoca messapica, romana e paleocristiana. Consacrata il primo agosto del 1088 dal Legato Pontificio Roffredo, sotto il papato di Urbano II, è la Cattedrale più grande del Salento. La facciata con due spioventi ai lati e due finestre monofore mostra al centro un rosone rinascimentale fatto rifare dall’Arcivescovo Serafino da Squillace all’indomani della liberazione della Città dal dominio turco, durato 300 giorni dal 1480 al 1481, periodo in cui la Cattedrale fu trasformata in moschea. Di forma basilicale con pianta a croce latina (lunga m. 53 e larga m 25) è divisa in tre navate da 14 colonne marmoree con capitelli, abachi ed echini, su cui si elevano archi, possiede un vasto bema e tre absidi semicircolari. Nel 1482, l’abside di destra fu allargata per creare la Cappella dei Martiri di Otranto. Il tetto è a capriate coperto da un soffitto a cassettoni dorati voluto, insieme ad un trionfale arco barocco ed alla disposizione in sette teche di marmo dei resti dei Santi Martiri di Otranto, dall’Arcivescovo Francesco Maria De Aste. Il pavimento musivo, realizzato tra il 1163 e il 1165, sotto il regno di Guglielmo il Malo, commissionato dall’Arcivescovo Gionata reca la firma del presbitero Pantaleone. È l’unico pavimento musivo di epoca normanna rimasto integro in Italia e mostra un gigantesco arbor vitae che costituisce una vera e propria summa medievale tradotta in immagini. Al suo interno si possono osservare figure allegoriche come l’Ascensione al cielo di Alessandro Magno o Re Artù, temi dell’Antico Testamento come la Torre di Babele, il Diluvio Universale, Salomone e la Regina di Saba, un calendario medievale, l’Inferno ed il Paradiso. La Cripta (XI sec.) possiede tre absidi semicircolari e quarantotto campate intervallate da oltre settanta elementi tra colonne, semicolonne e pilastri che reggono il transetto della Cattedrale. La particolarità è nella diversità degli elementi di sostegno, provenienti da edifici antichi e altomedievali, dal vario repertorio figurativo. A destra dell’altare vi è l’affresco della Madonna nera Odegitria.

Il mosaico

Commissionato nel 1163 dall’arcivescovo di Otranto Gionata, fu eseguito dal monaco Pantaleone. “Suo intendimento è riprodurre con immagini quanto i suoi confratelli insegnavano e studiavano nel suo Monastero”, scrive don Grazio Gianfreda. “Rivela che Oriente e Occidente sono una distinzione richiesta dal tempo e dalla storia; che non rappresentano lo scontro di due culture, bensì il compendio di una sola cultura che sa conservare la propria identità anche attraverso le mutazioni imposte dagli eventi”. Pantaleone rappresenta il momento storico hydruntino di quegli anni dove convivono due religioni, quella cristiana e quella ebraica, e dove coabitano diverse culture. Il mosaico della cattedrale di Otranto è stato realizzato con delle tessere policrome di calcare locale molto duro. La tendenza di stile è romanica, con alcuni elementi bizantini. L’opera musiva si snoda lungo la navata centrale, le seminavate laterali, l’abside e il presbiterio. Pantaleone ha voluto simboleggiare il dramma dell’uomo nella lotta tra il bene e il male, tra la virtù e il vizio. “Il manto musivo va letto, anzi sfogliato, pagina dopo pagina, accuratamente”, ci dice don Grazio, come se fosse un grande libro di pietra.

Navata centrale

Svetta un altissimo “albero della vita” sui cui rami si alternano personaggi di ogni tipo: biblici, mitologici, storici, animali, angeli, diavoli, creature mostruose. Quest’albero, nel vecchio Testamento, simboleggiava l’Immortalità di Dio. “Tutto ha origine dall’albero”, scrive ancora don Grazio; “l’albero è la radice, la sorgente di ogni manifestazione di vita”. Qui si possono ben notare re Artù, Caino e Abele, i mesi e lo zodiaco, la Torre di Babele, Diana e il cervo ferito, lo Scacchiere dell’Essere, Alessandro Magno su due grifoni alati, i due grandi elefanti che sorreggono l’albero, e via dicendo.
Presbiterio

Pantaleone vi ha racchiuso tutta la storia dell’umanità. Per cominciare, si può notare la tentazione nell’Eden di Adamo ed Eva. Si prosegue con la raffigurazione di dieci ruote contenenti del bestiario e, in ultimo, con quattro medaglioni nei quali sono raffigurati la regina di Saba, re Salomone, la Sirena, il Leopardo e l’Ariete.

Abside

L’artista ripercorre, attraverso la sua arte, la storia del profeta Giona. Lungo la parte superiore, poi, sono ritratti la caccia al cinghiale, rappresentante, probabilmente, la lotta tra i cristiani e satana, e Sansone, simbolo del Cristo vittorioso.

Navata destra

Si ripropone un altro albero della vita, chiamato della “Redenzione”. Nella parte superiore, si notano cinque figure, dette i “Giganti”. Si riconosce, poi, Salomone che regge un documento. Andando avanti si nota “il rito del capro emissario per il gran giorno dell’espiazione” (Levitico 16, 5-25). Compaiono, subito dopo, degli animali che incarnano virtù e vizi: la sfinge alata, l’enigma; le arpie, la voracità; il Minotauro, la volgarità; il cinghiale, satana; il lupo, l’eresia. Pantaleone pone il leone androcefalo con la testa rivolta all’insù come guardiano dell’albero.

Navata sinistra

Campeggia un altro albero, detto del “Giudizio universale”, che rappresenta il Cristo giudice. Qui il mosaico si divide in due parti: a destra, il paradiso; a sinistra, l’inferno.

Orari e giorni di apertura

Da giugno a settembre: 7.00-12.00/15.00-19.00

Restanti mesi dell’anno: 7.00-12.00/15.00-17.00

Il fico d’india

È una pianta succulenta arborescente che può raggiungere i 3–5 m di altezza.

Il fusto è composto da cladodi, comunemente denominati pale: si tratta di fusti modificati, di forma appiattita e ovaliforme, lunghi da 30 a 40 cm, larghi da 15 a 25 cm e spessi 1,5-3,0 cm, che, unendosi gli uni agli altri formano delle ramificazioni. I cladodi assicurano la fotosintesi clorofilliana, vicariando la funzione delle foglie. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. I cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco.

Le vere foglie hanno una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono effimere. Alla base delle foglie si trovano le areole (circa 150 per cladode) che sono delle ascelle modificate, tipiche delle Cactaceae.

Il tessuto meristematico dell’areola si può differenziare, secondo i casi, in spine e glochidi, ovvero può dare vita a radici avventizie, a dei nuovi cladodi o a dei fiori. Da notare che anche il ricettacolo fiorale, e dunque il frutto, è coperto da areole da cui si possono differenziare sia nuovi fiori che radici.

Le spine propriamente dette sono biancastre, sclerificate, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. Esistono anche varietà di Opuntia inermi, senza spine.

I glochidi sono invece sottili spine lunghe alcuni millimetri, di colore brunastro, che si staccano facilmente dalla pianta al contatto, ma essendo muniti di minuscole scaglie a forma di uncino, si impiantano solidamente nella cute e sono molto difficili da estrarre, in quanto si rompono facilmente quando si cerca di toglierle. Sono sempre presenti, anche nelle varietà inermi.

L’apparato radicale è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso

I fiori sono a ovario infero e uniloculare. Il pistillo è sormontato da uno stimma multiplo. Gli stami sono molto numerosi. I sepali sono poco vistosi mentre i petali sono ben visibili e di colore giallo-arancio.

I fiori si differenziano generalmente sui cladodi di oltre un anno di vita, più spesso sulle areole situate sulla sommità del cladode o sulla superficie più esposta al sole. All’inizio, per ogni areola, si sviluppa un unico fiore. I fiori giovani portano delle foglie effimere caratteristiche della specie. Un cladode fertile può portare sino a una trentina di fiori, ma questo numero varia considerevolmente in base alla posizione che il cladode occupa sulla pianta, alla sua esposizione e anche in base alle condizioni di nutrizione della pianta.

Il frutto è una bacca carnosa, uniloculare, con numerosi semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Deriva dall’ovario infero aderente al ricettacolo fiorale. Certi autori lo considerano un falso arillo. Il colore è differente a seconda delle varietà: giallo-arancione nella varietà sulfarina, rosso porpora nella varietà sanguigna e bianco nella muscaredda. La forma è anch’essa molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all’epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, nell’ordine di 300 per un frutto di 160 g. Molto dolci, i frutti sono commestibili e hanno un ottimo sapore. Una volta sbucciati e privati delle punte si possono tenere in frigorifero e mangiare freddi.